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Angiolo Vannetti

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Sculpteur

    Angiolo Vannetti

    Angiolo Vannetti nasce a Livorno nel 1881, ma si forma all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove è allievo di Augusto Rivalta. Ereditandone la spiccata vena verista, ma anche la tendenza alla composizione fantasiosa e ad un modellato fresco ed espressivo, il giovane scultore, sin dai primi anni, si specializza nella produzione di soggetti animalier.

    Caratterizzati da un guizzo spontaneo e dall’attenta resa naturalistica, i piccoli animali in bronzo accompagnano Angiolo Vannetti nella prima fase della sua carriera, che gli procura i primi successi di critica all’inizio del Novecento, in particolare a Milano nel 1913, in cui espone l’Addio del guerriero.

    Un viaggiatore instancabile

    Dopo il suo esordio estero al Salon di Parigi nel 1914, si inaugura la carriera internazionale dello scultore. In una continua ricerca di ispirazione per i suoi soggetti animalier, affianca la sua attività artistica ad un incessante bisogno di viaggiare: dopo le tappe fondamentali nelle capitali europee, si sposta in Africa, in America ed infine in Asia, che potremmo definire il suo continente d’adozione.

    «Vai alle Cascine? No – stasera parto per Shangai. Così mi risponde, con quieta indifferenza, come se andare in Asia fosse lo stesso che salire sul tram. Tranquillo, parte e ritorna. Dalla Corea al Giappone, dall’Avana a Bengasi, e di nuovo nel suo studio fiorentino dove gli sembra non essersi mai mosso». In questo breve ma curioso ricordo dell’amico livornese Plinio Nomellini, che lo presenterà in catalogo, in occasione di una mostra alla Galleria Pesaro del 1932, si percepisce l’indole di viaggiatore infaticabile di Angiolo Vannetti.

    La produzione esotica: dall’America Centrale alla corte imperiale giapponese

    Dopo essersi recato all’Avana per eseguire la statua del presidente Zavas nel 1925, parte per Shanghai, incaricato di realizzare alcuni fregi decorativi per il quotidiano North China Daily News. Terminato questo lavoro, viene chiamato dalla corte Imperiale giapponese nel 1927, come ritrattista ufficiale. In questi anni, lo scultore approfitta degli incarichi nei paesi esteri per trarre ispirazione dalla quotidianità dei luoghi in cui si trova.

    Realizza, dunque, una serie di sculture, delicatissime impressioni esotiche che riflettono e onorano la verità dei luoghi e delle persone che le hanno ispirate. Con una straordinaria capacità di sintesi che si unisce alla freschezza dell’esecuzione e all’attenzione per i dettagli dei costumi e delle tradizioni locali, Angiolo Vannetti dà vita a piccoli soggetti che racchiudono il loro genius loci. Sacerdoti giapponesi che trasmettono un’intensa spiritualità, donne orientali descritte nei loro momenti più intimi e quotidiani, contadini arsi dal sole e distrutti dalla fatica.

    Questo repertorio ricco di curiosità esotiche, per la gran parte ispirate dll’Africa, dall’Asia e dall’America centrale, conducono Angiolo Vannetti al definitivo successo di critica e di pubblico, come si può notare dalle esposizioni italiane cui prende parte negli anni Trenta. In esse, continuano a comparire anche le sculture animalier, insieme ai soggetti ispirati dai luoghi visitati, in una sorta di ventaglio dei tipi e degli atteggiamenti umani che conducono lo spettatore al di fuori della classica visione occidentale.

    A Milano, nel 1928 espone con il Gruppo Labronico Lotta di tigri, Scimmia con l’anatra, Macaco, Verso l’ignoto. Alla Mostra Regionale d’Arte Toscana del 1930 presenta Signore cinese di Malacca, Dama cinese di Malacca e La madre.

    Alla Galleria Pesaro, nel 1932, compaiono alcune tra le sue opere più significative della produzione orientalista: La bella malinconica, Venditrice annamita, Maternità e Il bonzo – messo di Dio. Piccole sculture sintetiche ed energiche che contengono l’essenza della vicinanza di Angelo Vannetti ai popoli che ritrae, con rispetto e curiosità. Negli anni Trenta, compie un soggiorno in Tripolitania, riportandone alcuni soggetti, tra cui Nudo africano e Gazzelle.

    Elena Lago

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